In lontananza si intravede solo la schiuma di un mare in tempesta.
Quello che si sente è il fragore delle onde che si infrangono sugli scogli stanchi? O forse è solo lo scricchiolare della ghiaia sotto i miei passi incerti?
Nuvole grigie su un orizzonte inesplorato. Il mio lavoro: far sì che si alzi un vento caldo e deciso che possa spazzarle via.
E, magari, non farmi immobilizzare da questa tetra atmosfera.
(Oddio, che pensieri cupi)
lunedì 22 novembre 2010
giovedì 18 novembre 2010
Sdong
Chi lo sa quando ho scritto queste parole, non lo ricorderò nemmeno quando appariranno pallide su qualche schermo.
Parole di frustrazione e di tristezza, almeno questo dicono di essere.
Non c'è soluzione, non c'è alternativa, non c'è alcuna via d'entrata, figurarsi di uscita.
Cosa? Tutto, contemporaneamente, in un unico movimento stonato. Sdong.
Le circostanze, gli interlocutori, gli eventi, i luoghi, le prospettive, niente è d'aiuto. Ma niente potrebbe esserlo.
Poi rileggi, dopo mesi che sembrano secoli e sorridi provando pietà per te stesso. Beh, questo non cambia niente.
Sono fatto per l'azione, o forse per il pensiero attivo, non per questo stare sospeso e aspettare che le difficoltà vengano a cozzare contro di me.
Tutto cambia, niente cambia, il solito stupido gioco di parole. Il senso, invece, è già da qualche altra parte.
Parole di frustrazione e di tristezza, almeno questo dicono di essere.
Non c'è soluzione, non c'è alternativa, non c'è alcuna via d'entrata, figurarsi di uscita.
Cosa? Tutto, contemporaneamente, in un unico movimento stonato. Sdong.
Le circostanze, gli interlocutori, gli eventi, i luoghi, le prospettive, niente è d'aiuto. Ma niente potrebbe esserlo.
Poi rileggi, dopo mesi che sembrano secoli e sorridi provando pietà per te stesso. Beh, questo non cambia niente.
Sono fatto per l'azione, o forse per il pensiero attivo, non per questo stare sospeso e aspettare che le difficoltà vengano a cozzare contro di me.
Tutto cambia, niente cambia, il solito stupido gioco di parole. Il senso, invece, è già da qualche altra parte.
sabato 4 settembre 2010
Una Fresca Notte d'Estate
E' l'una e undici minuti, ora che inizio a scrivere.
Non è troppo tardi, ma certo non è presto per niente, mi spiega il mio orologio biologico, nonostante abbia motivo di dubitare della sua precisione.
Mi ha spinto una voglia di scrivere, di quelle intense e concrete, senza via di scampo.
E' una notte fresca, allegra, docile. Una notte di pensieri e di vento, oltre che di cani e di gatti.
Luci sparse, scie di percorsi indecisi, soste fumose di veicoli spenti.
Silenzio.
Lo strano silenzio che c'è sempre ma che noti solo quando hai il cervello, lucido, limpido, ma pochi pensieri che lo solcano.
Ma quando lo senti, il silenzio, lui si sente in dovere di sorprenderti. Allora stridono gli pneumatici di un auto che passa, non c'è il botto, nonostante la frenata lunga, dal rumore si direbbe anche convulsa. Chissà che i miei non abbiano pensato, svegliandosi appena: "Davide".
Un quarto d'ora di pensieri può racchiudere il senso di un intera giornata. Già.
Le parole non dette non esistono, non è vero che valgono più di quelle che qualcuno ha davvero udito. Che poi esse stesse, valgono comunque davvero poco. Parliamo degli altri, per parlare di noi, o per non restare in silenzio.
Gatto rosso, gatto bianco e grigio, gatto bianco, gatto bianco e nero. Sarei disposto a preparare quattro ciotole di croccantini, se sapessi che ciascuno di loro ne riconosce una come propria, come casa, sebbene sia difficile dire cosa significhi per noi, figuriamoci per quattro gatti di strada.
Non è troppo tardi, ma certo non è presto per niente, mi spiega il mio orologio biologico, nonostante abbia motivo di dubitare della sua precisione.
Mi ha spinto una voglia di scrivere, di quelle intense e concrete, senza via di scampo.
E' una notte fresca, allegra, docile. Una notte di pensieri e di vento, oltre che di cani e di gatti.
Luci sparse, scie di percorsi indecisi, soste fumose di veicoli spenti.
Silenzio.
Lo strano silenzio che c'è sempre ma che noti solo quando hai il cervello, lucido, limpido, ma pochi pensieri che lo solcano.
Ma quando lo senti, il silenzio, lui si sente in dovere di sorprenderti. Allora stridono gli pneumatici di un auto che passa, non c'è il botto, nonostante la frenata lunga, dal rumore si direbbe anche convulsa. Chissà che i miei non abbiano pensato, svegliandosi appena: "Davide".
Un quarto d'ora di pensieri può racchiudere il senso di un intera giornata. Già.
Le parole non dette non esistono, non è vero che valgono più di quelle che qualcuno ha davvero udito. Che poi esse stesse, valgono comunque davvero poco. Parliamo degli altri, per parlare di noi, o per non restare in silenzio.
Gatto rosso, gatto bianco e grigio, gatto bianco, gatto bianco e nero. Sarei disposto a preparare quattro ciotole di croccantini, se sapessi che ciascuno di loro ne riconosce una come propria, come casa, sebbene sia difficile dire cosa significhi per noi, figuriamoci per quattro gatti di strada.
domenica 22 agosto 2010
In 365 giorni.
Il mio letto si è spostato da Trecase a New York, da New York a Miami e ritorno, da New York a Trecase, da Trecase a Milano e ritorno (diverse volte), da Trecase a Perpignan (e ritorno),da Trecase a Stoccolma, da Stoccolma a Copenaghen, da Copenaghen a Trecase, da Trecase a Porto Santo Stefano, da Porto Santo Stefano all'Isola del Giglio e dall'Isola del Giglio a Trecase.
Sono un po' stanco.
Quando si ricomincia?
Sono un po' stanco.
Quando si ricomincia?
martedì 29 giugno 2010
Miagolio pigro
Non è proprio che ho un gatto, anche perché non sono mai a casa per più di due settimane di fila.
Piuttosto è il gatto che ha me. Una gatta, per la precisione. Incinta, forse, come tutte le gatte del mondo.
Sarebbe randagia ma sembra abbastanza contenta della compagnia umana. Arriva di sorpresa e miagola. Poi si piazza nel cortile e continua a miagolare, finché non vado a farle compagnia: poi però non è che sappia bene cosa farsene della mia presenza: non chiede altro cibo oltre i croccantini che le fornisco quotidianamente, si struscia sulle mie gambe, fa qualche saltello e poi si siede sulle zampe posteriori e non miagola più. Allora io mi allontano e lei ricomincia a miagolare, sicura che io sia scemo, dato che non capisco che non me ne devo andare
Ieri sera mi ha portato a fare una passeggiata. Ha camminato affianco a me per un centinaio di metri, nei vicoletti dietro casa mia, e poi si è annoiata e si è infilata in un giardino.
Apparirà di nuovo stasera, o domani, o chissà quando, sotto il limone o all'ombra del cercis, miagolando pigra, con gli occhi socchiusi.
Piuttosto è il gatto che ha me. Una gatta, per la precisione. Incinta, forse, come tutte le gatte del mondo.
Sarebbe randagia ma sembra abbastanza contenta della compagnia umana. Arriva di sorpresa e miagola. Poi si piazza nel cortile e continua a miagolare, finché non vado a farle compagnia: poi però non è che sappia bene cosa farsene della mia presenza: non chiede altro cibo oltre i croccantini che le fornisco quotidianamente, si struscia sulle mie gambe, fa qualche saltello e poi si siede sulle zampe posteriori e non miagola più. Allora io mi allontano e lei ricomincia a miagolare, sicura che io sia scemo, dato che non capisco che non me ne devo andare
Ieri sera mi ha portato a fare una passeggiata. Ha camminato affianco a me per un centinaio di metri, nei vicoletti dietro casa mia, e poi si è annoiata e si è infilata in un giardino.
Apparirà di nuovo stasera, o domani, o chissà quando, sotto il limone o all'ombra del cercis, miagolando pigra, con gli occhi socchiusi.
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mercoledì 19 maggio 2010
La resistenza delle barrette.
Parlando di strane abitudini alimentari...
Sebbene pian piano io stia imparando che cosa siano i grassi idrogenati e che i cibi preconfezionati sarebbero da evitare, io la mattina, appena sveglio, bevo un caffè e mangio una barretta di cereali con cioccolato "Special K" della Kellogg's.
Da qualche mese, ha fatto capolino al supermercato la nuova versione di queste barrette: hanno una consistenza diversa (sono meno "solide", sembra che invece che di cereali siano fatte di riso soffiato, e forse è davvero così), un sapore più dolce (in realtà si potrebbe dire "un sapore più finto"), sono più piccole e sono leggermente più caloriche.
Adesso io sto combattendo una guerra che so di dover perdere contro queste nuove barrette. Le vecchie stanno per essere completamente rimpiazzate e io sto cercando di comprare tutte quelle che trovo al supermercato per ritardare il più possibile il momento dell'addio.
Come farò quando resteranno solo le nuove? Potò sopportare una tale rivoluzione delle mie abitudini? Perché mi fai questo, Kellogg's, perché?
Sebbene pian piano io stia imparando che cosa siano i grassi idrogenati e che i cibi preconfezionati sarebbero da evitare, io la mattina, appena sveglio, bevo un caffè e mangio una barretta di cereali con cioccolato "Special K" della Kellogg's.
Da qualche mese, ha fatto capolino al supermercato la nuova versione di queste barrette: hanno una consistenza diversa (sono meno "solide", sembra che invece che di cereali siano fatte di riso soffiato, e forse è davvero così), un sapore più dolce (in realtà si potrebbe dire "un sapore più finto"), sono più piccole e sono leggermente più caloriche.
Adesso io sto combattendo una guerra che so di dover perdere contro queste nuove barrette. Le vecchie stanno per essere completamente rimpiazzate e io sto cercando di comprare tutte quelle che trovo al supermercato per ritardare il più possibile il momento dell'addio.
Come farò quando resteranno solo le nuove? Potò sopportare una tale rivoluzione delle mie abitudini? Perché mi fai questo, Kellogg's, perché?
martedì 18 maggio 2010
L'enigma dell'Ananas
Io col cibo ho un approccio geometrico.
Ogni nuova stagione mi concentro su una nuova sfida.
Ho affrontato, fra gli altri:
Il vero problema è la massimizzazione della polpa edibile. In effetti l'ananas ha due punti sensibili: la buccia e il centro turgido. Per il secondo non c'è problema, al massimo si rosicchia la parte di polpa che non doveva essere tolta.
Il vero problema è la buccia. Il mio obiettivo sarebbe tagliare una fetta di polpa da mangiare con forchetta e coltello, senza dover ricavare altra dalla polpa dalla buccia. L'ananas, però, nasconde dietro una forma apparentemente semplice, un'infinità di punti frastagliati, un'ardita compenetrazione tra buccia e polpa. C'è poi il problema della curvatura: il taglio del coltello è dritto e spesso abbandona ad un triste destino una parte succulenta.
Come fare? Tagliarla a fette più piccole per evitare un'eccessiva curvatura? Sbucciare con una tecnica diversa per seguire l'andamento della buccia? Cambiare frutto e passare alle scialbe prugne e alle tristi arance?
Che però, a pensarci, anche le arance creano i loro problemi...
Ogni nuova stagione mi concentro su una nuova sfida.
Ho affrontato, fra gli altri:
- le fette di pane di segale da dividere esattamente a metà (considero una fetta e mezza la giusta porzione);
- le fragole, da rendere mangiabili eliminando la minor parte possibile di frutto e da tagliare in modo da rendere equivalente ogni boccone;
- le buste di surgelati di cui versare solo metà in padella;
- i miei arcinemici, gli Abbracci Mulino Bianco, di cui cercavo di dividere la parte bianca da quella nera per mangiarle separatamente;
- il melone, le cui fette bisogna che siano tutte della stessa grandezza;
- le fette di Anguria, dalle quali tagliare la parte più buona, centrale e senza semi, per mangiarla per ultima e poi da mangiare partendo dal fondo e scavando con delicatezza col coltello in ogni boccone per estirpare i semi, senza recar troppo danno alla polpa;
- le Crostatine Mulino Bianco al cioccolato, delle quali mangiavo nell'ordine prima la pasta frolla sul bordo, poi le strisce di pasta frolla in cima, poi il fondo, sempre di pasta frolla, e infine il cioccolato, che era pertanto mio obiettivo mangiare in purezza (immaginerete il mio disappunto quando trovavo le crostatine maciullate da troppi scossoni dello zaino);
Il vero problema è la massimizzazione della polpa edibile. In effetti l'ananas ha due punti sensibili: la buccia e il centro turgido. Per il secondo non c'è problema, al massimo si rosicchia la parte di polpa che non doveva essere tolta.
Il vero problema è la buccia. Il mio obiettivo sarebbe tagliare una fetta di polpa da mangiare con forchetta e coltello, senza dover ricavare altra dalla polpa dalla buccia. L'ananas, però, nasconde dietro una forma apparentemente semplice, un'infinità di punti frastagliati, un'ardita compenetrazione tra buccia e polpa. C'è poi il problema della curvatura: il taglio del coltello è dritto e spesso abbandona ad un triste destino una parte succulenta.
Come fare? Tagliarla a fette più piccole per evitare un'eccessiva curvatura? Sbucciare con una tecnica diversa per seguire l'andamento della buccia? Cambiare frutto e passare alle scialbe prugne e alle tristi arance?
Che però, a pensarci, anche le arance creano i loro problemi...
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venerdì 14 maggio 2010
Cosa è una laurea triennale in Economia.
Comunque vada, tra qualche mese potrei essere laureato. Sarà anche una laurea triennale che non conta niente, però mi sembra almeno che qualcosa cambierà.
Ho pensato di scrivere cosa è una laurea in Economia, come se fosse una piccola spiegazione per chi deve scegliere riguardo i suoi studi.
Ogni Università, ovviamente, fa le cose a modo proprio, ma in Italia la stragrande maggioranza dei corsi di laurea in Economia sono in "Economia Aziendale". Le alternative più frequenti, che nomino soltanto, perché non le conosco abbastanza bene, sono "Economia e Finanza" (un corso con più matematica e che si concentra sui titoli e i mercati) ed "Economics" (più matematica, economia pura, studia insomma l'economia come scienza).
Il corso di laurea in Economia Aziendale, ad un primo sguardo, sembra un fritto misto: c'è un po' di finanza, di marketing, di economia politica (quella pura di cui dicevo), di diritto, di matematica, di statistica, di bilancio e persino dei rudimenti di psicologia. A viverlo senza pensarci troppo, senza guardare all'insieme mentre lo si affronta, sembra di non fare niente sul serio. Altri sanno qualcosa davvero bene e tu continui a sapere solo un po' di tutto. Perché?
La verità è che questo corso di laurea è pensato proprio per questo, per dare un'infarinatura di tutto. Infatti, l'Economia Aziendale è lo studio delle dinamiche complesse in un istituto (un brutto termine economico per dire persone, famiglie, imprese, pubbliche amministrazioni,...) e delle sue relazioni con il mondo esterno. Per questa ragione, fatto per bene, il percorso dovrebbe creare manager capaci di gestire situazioni ingarbugliate. Fatto male dovrebbe assicurare delle minime competenze per lavorare in azienda con mansioni all'inizio non troppo specializzate.
L'obiettivo vero, quindi, sarebbe quello di fare sviluppare una disposizione mentale più che delle conoscenze. Il laureato in Economia dovrebbe essere capace di analizzare, valutare, discutere e decidere in modo rapido e sintetico. Altri corsi insegnano il rigore e la precisione, questo invece punta all'efficienza. La perfezione conta meno della velocità perché i dati da considerare sono tanti e spesso quello che serve davvero è avere l'intuizione giusta.
E allora ti allenano, tra un bilancio ed una derivata, a non essere troppo rigido, a sparare in corsa, a restare concentrato nel vortice di informazioni.
Ci sono due modi, quindi, per uscirne bene, sani e soddisfatti: appassionarsi ad un ambito particolare e decidere di approfondirlo alla specialistica o cogliere nel profondo questo filo conduttore e accettare che sia il segno che traccia la strada della propria vita.
Ho pensato di scrivere cosa è una laurea in Economia, come se fosse una piccola spiegazione per chi deve scegliere riguardo i suoi studi.
Ogni Università, ovviamente, fa le cose a modo proprio, ma in Italia la stragrande maggioranza dei corsi di laurea in Economia sono in "Economia Aziendale". Le alternative più frequenti, che nomino soltanto, perché non le conosco abbastanza bene, sono "Economia e Finanza" (un corso con più matematica e che si concentra sui titoli e i mercati) ed "Economics" (più matematica, economia pura, studia insomma l'economia come scienza).
Il corso di laurea in Economia Aziendale, ad un primo sguardo, sembra un fritto misto: c'è un po' di finanza, di marketing, di economia politica (quella pura di cui dicevo), di diritto, di matematica, di statistica, di bilancio e persino dei rudimenti di psicologia. A viverlo senza pensarci troppo, senza guardare all'insieme mentre lo si affronta, sembra di non fare niente sul serio. Altri sanno qualcosa davvero bene e tu continui a sapere solo un po' di tutto. Perché?
La verità è che questo corso di laurea è pensato proprio per questo, per dare un'infarinatura di tutto. Infatti, l'Economia Aziendale è lo studio delle dinamiche complesse in un istituto (un brutto termine economico per dire persone, famiglie, imprese, pubbliche amministrazioni,...) e delle sue relazioni con il mondo esterno. Per questa ragione, fatto per bene, il percorso dovrebbe creare manager capaci di gestire situazioni ingarbugliate. Fatto male dovrebbe assicurare delle minime competenze per lavorare in azienda con mansioni all'inizio non troppo specializzate.
L'obiettivo vero, quindi, sarebbe quello di fare sviluppare una disposizione mentale più che delle conoscenze. Il laureato in Economia dovrebbe essere capace di analizzare, valutare, discutere e decidere in modo rapido e sintetico. Altri corsi insegnano il rigore e la precisione, questo invece punta all'efficienza. La perfezione conta meno della velocità perché i dati da considerare sono tanti e spesso quello che serve davvero è avere l'intuizione giusta.
E allora ti allenano, tra un bilancio ed una derivata, a non essere troppo rigido, a sparare in corsa, a restare concentrato nel vortice di informazioni.
Ci sono due modi, quindi, per uscirne bene, sani e soddisfatti: appassionarsi ad un ambito particolare e decidere di approfondirlo alla specialistica o cogliere nel profondo questo filo conduttore e accettare che sia il segno che traccia la strada della propria vita.
domenica 2 maggio 2010
Zombies
Al Ristorante Giapponese, da solo, la domenica mattina.
Finito il pranzo la cameriera mi si avvicina e chiede: "Caffè?". Io rispondo: "Sì, grazie". Lei chiede ancora: "Uno solo, sì?", e poi se ne va, capendo di non dover aspettare una risposta.
Al tavolo affianco al mio, intanto, una anziana signora dice al figlio: "... è sempre stata una persona equilibrata, infatti è della Bilancia...".
Finito il pranzo la cameriera mi si avvicina e chiede: "Caffè?". Io rispondo: "Sì, grazie". Lei chiede ancora: "Uno solo, sì?", e poi se ne va, capendo di non dover aspettare una risposta.
Al tavolo affianco al mio, intanto, una anziana signora dice al figlio: "... è sempre stata una persona equilibrata, infatti è della Bilancia...".
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